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WWE INSIDER #102 - Time for something new

TIME FOR SOMETHING NEW.

 

Wrestlemania XXIX è ormai parte della storia, è passata; anche il PPV successivo, Extreme Rules, è stato consegnato agli archivi. Insomma, son passati quasi due mesi da quel 7 di Aprile. Al Grandaddy of ‘em all, si sa, si preferisce puntare sulle certezze della federazione. Un Rock vs Cena vende sicuramente di più di un Cesaro vs Neville, sebbene magari possa risultare più gradevole il secondo match al primo. A ‘Mania contano solo le vendite, non la costruzione di nuovi talenti. Ad Extreme Rules di solito si risolvono gli strascichi del PPV precedente, quindi ancora nulla per i nuovi. Adesso, però, è arrivato il momento di cambiare le cose.

Voglio pensare che la WWE lo sappia; è proprio per questo che infatti nell’ultima puntata di Raw ha esordito, o meglio, è ritornato in scena Curtis Axel. Chi? Ma come, è Michael McGillicutty. Chi? Andiamo, Joe Hennig! Chi? È il figlio di Mr. Perfect… Ah, ecco.
Ad ogni modo, questo ragazzo ormai non giovanissimo (è del ’79) ha ricevuto un’altra opportunità per sfondare nel Main Roster, e questa pare essere la volta buona. Il perché ha un nome ed un cognome: Paul Heyman. Quell’uomo è una garanzia. A lui è dovuto non solo l’approdo in federazione di CM Punk, ma anche il tremendo successo di Brock Lesnar. Certo, l’ex McGillicutty non ha la prestanza fisica di Brock the Beast o l’abilità, sul ring e soprattutto al microfono, del Chicago Kid; ma sono comunque convinto che con Heyman può andare lontano. Se non altro, star vicino a lui potrebbe insegnargli qualcosina sui promo, campo in cui l’atleta del Minnesota, almeno fino alla sua scomparsa dalle scene, era davvero carente. Oltre a ciò, potrebbe fruttargli numerosi successi. Già dal suo debutto si è potuto intravedere che i piani per lui sono abbastanza importanti: ha combattuto contro Triple H e, udite udite, non ha perso! Certo, Hunter veniva da uno Steel Cage match contro Brock Lesnar combattuto solo 24 ore prima ed ha avuto un malore (per chi continua a chiederselo: sì, è un work) durante l’incontro col rookie, ma quel che conta comunque è che non si sia beccato alcuno schienamento “fatale”. Tecnicamente, a dirla tutta, dovrebbe essere il vincitore dell’incontro, ma chi sono io per dirlo? Dopotutto, tecnicamente neanche un I Quit Match potrebbe finire per colpa di un asciugamano, né tantomeno si potrebbe utilizzare il replay per verificare quanto accaduto, né interrompere un Last Man Standing Match perché “si è andati troppo oltre” e l’arbitro s’è spaventato.
Comunque, a Smackdown Curtis Axel ha anche ottenuto la sua prima vittoria “vera”, per schienamento, ai danni di Sin Cara (lo stesso Sin Cara che una settimana fa ha sconfitto l’Intercontinental Champion, ora tornato a jobbare) in pochi minuti. Tale vittoria, oltre che legittimare il PG di Axel, è stata almeno per il sottoscritto un sollievo. Non per la vittoria in sé, che era assolutamente scontata (ma giusta), quanto per la finisher adoperata da Hennig. La McGillicutter-che-non-è-una-cutter è, dal primo momento in cui la ho vista eseguire, una delle mie manovre finali preferite. È bella a vedersi e colpisce in maniera repentina, malgrado abbia il limite di poter essere eseguita solo su avversari piegati. Se ora si trova anche un nome decente per questa mossa, siamo a cavallo.

Curtis Axel potrebbe dunque essere già impegnato in PPV a Payback, vista quanta fiducia la WWE gli sta dando. Ma non basta far esordire un nuovo atleta per cambiare le cose. Bisogna pensare sia a far esordire nuovi talenti sia a valorizzare quelli che già sono nel Main Roster ma che gravitano da tempo più o meno lungo nel mid-carding più triste. Secondo chi scrive non ha senso far esordire atleti meritevoli per fargli fare la muffa nel backstage. Certo, è necessario far fare un po’ di gavetta ai lottatori prima di lanciarli nel Main Eventing, ed è per questo che anche adesso servono nuovi innesti al Main Roster; ma bisogna far emergere i migliori (i migliori, non Ryback) quanto prima, non farli addirittura retrocedere come nel caso di Antonio Cesaro. Lo svizzero ha impressionato all’esordio, ha conquistato il titolo degli Stati Uniti per poi perderlo contro un Kofi Kingston senza uno straccio di feud alle spalle. Si era anche messo a fare lo yodel prima di combattere per un certo periodo. Ora invece jobba senza cantare.  E la cosa è triste, molto triste, fa quasi male vederlo perdere in continuazione. È vero, non ha l’abilità al microfono di John Cena, ma cacchio, combatte sempre in maniera ottima. Inoltre, andando un po’ a dare un’occhiata al roster, si scopre ad esempio che Alberto Del Rio è un due volte campione WWE (due regni indecorosi, ma comunque lo è stato) ed ex World Heavyweight Champion; oppure che Mr. We The People Jack Swagger ha vinto un titolo del mondo; o ancora che The Great Khali è anch’egli un ex-WHC… Questo senza citare un atleta che simboleggia tutto il discorso: His name… is Randy Orton.
Non penso che i sopracitati taglino promo migliori di Antonio Cesaro, né tantomeno che siano migliori di lui sul ring (c’è chi se la gioca, come Swagger; c’è chi è indecorosamente inferiore, ossia Khali). Eppure Cesaro non riesce a farsi largo verso l’uppercarding, pur essendo ormai presenza quasi fissa a Raw e Smackdown da un anno o giù di lì.

Discorso a parte merita Wade Barrett. L’inglese rappresenta la pessima gestione che la WWE spesso riserva ai suoi talenti. Lanciato con la regola del “calcio in culo” (chiedo scusa per il termine, ma è una citazione e non potevo mutilarla) a capo del Nexus; distrutto poi -insieme alla sua stable- dal rientrante CM Punk; lanciato come leader del Corre e Intercontinental Champion; distrutto nuovamente da Ezekiel Jackson; lanciato in singolo senza grossi risultati; distrutto da Orton; infortunato da Big Show prima dell’ipotetica vittoria del Money In The Bank; rientrato senza lo straccio di un piano per lui; Intercontinental Champion di nuovo; distrutto da The Miz; tre volte Intercontinental Champion ma autore di parecchi job totalmente inutili. Bene, direi che sia arrivato il momento di smetterla di essere distrutto da chiunque. A Barrett basterebbe poco per imporsi, un paio di vittorie importanti e poi potrebbe puntare tranquillamente al titolo del mondo. Per farlo, però, deve prima perdere quel dannato titolo che per la terza volta si porta alla vita. È diventato un freno per l’atleta di Preston, un fardello che lo tiene giù e lo rende “vulnerabile” alle sconfitte più indegne. Senza quel titolo si potrebbe costruire nuovamente il buon Wade, renderlo uno dei papabili per la vittoria del Money In The Bank e, magari, far vincere proprio lui.

Anche Cody Rhodes è un altro lottatore fermo nel cosiddetto limbo. Malgrado la sua relativamente giovane età (è infatti un classe ’85, dunque 28enne) la sua carriera è già abbastanza lunga, ma povera di successi. È stato campione di coppia per quattro volte in totale, due volte campione intercontinentale, ma non ha mai compiuto quel salto di qualità che ci si aspetta da parecchio tempo. Non mi stancherò mai di dirlo: secondo me Cody Rhodes sarà un futuro Hall Of Famer di prim’ordine; ha tutte le carte in regola per esserlo. C’è bisogno però che abbia un character solido per tale scopo e che lo si cominci a costruire come si deve. Le belle prestazioni (anche a livello mark) contro Randy Orton o Sheamus contano relativamente; son sempre sconfitte. Ha bisogno di iniziare a vincere al più presto per poter ambire anch’egli ad uno dei due titoli maggiori in tempi brevi.

Non solo questi tre nomi meriterebbero maggiore considerazione, ma penso che siano tra i più meritevoli e tra i più “salvabili”. Non sono PG da buttare, semplicemente da costruire per bene, per quanto non sia una cosa semplice. Per due lottatori (o magari uno solo) la speranza si chiama Money In The Bank. Il PPV di Luglio, quest’anno in scena al Wells Fargo Center di Philadelphia, metterà in gioco in uno o più probabilmente due ladder match le oramai celebri valigette valide una shot ai due titoli massimi in qualsiasi momento. Di solito i vincitori dei MITB non vengono gestiti in maniera ottimale, ma si tratta comunque di una garanzia.
Il punto è che ultimamente il Money In The Bank o la Royal Rumble sembrano gli unici modi per lanciare una Superstar nel Main Eventing. Alberto Del Rio ha vinto entrambi; Sheamus la Royal Rumble; Daniel Bryan e Dolph Ziggler il Money In The Bank e così via. Quello che bisognerebbe cominciare a fare, secondo il sottoscritto, è mettersi a lavorare seriamente sui personaggi, evitando che in cima alle card finiscano sempre i soliti due nomi, costruendone di nuovi per lanciarli in maniera dignitosa ai piani alti. La Rumble e il MITB possono starci, ma non devono essere l’unica via per la gloria.


 

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