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WWE INSIDER #130 - WWE Outsider

WWE OUTSIDER


Il momento per la WWE non pare essere troppo negativo, almeno per quanto riguarda ciò che avviene sullo schermo. Un ottimo Survivor Series è stato infatti consegnato agli archivi, incluso il debutto in federazione di Sting, avvenimento sul quale si era fantasticato per anni. A Raw, poi, malgrado una puntata non proprio eccelsa, abbiamo avuto il ritorno in veste di General Manager One-Night-Only Daniel Bryan, che tra l’altro ha confermato che tornerà presto. Quello di cui si parla, però, non è Sting. Non è Daniel Bryan. Non è Brock Lesnar, che tra l’altro ancora non si è fatto né vedere né sentire, continuando a tenere in ostaggio il WWE World Heavyweight Championship senza difenderlo. Si parla di qualcuno che in TV non si vede più. Che non lotta più. Non è andato a lottare in New Japan Pro Wrestling; né tantomeno è tornato in Ring of Honor. Sto parlando, come avrete capito, di CM Punk.

Un alone di mistero circondava la sua dipartita dalla federazione, almeno fino a pochi giorni fa, quando Punk ha parlato molto apertamente dell’argomento nell’episodio 226 di Art of Wrestling, podcast condotto dal suo storico amico Colt Cabana, che forse ricorderete con il nome di Scotty Goldman nella sua breve e sfortunata esperienza in WWE. Ha avuto anche l’enorme privilegio di lottare contro The Great Khali. Sorvoliamo però su Colt, che in questa storia c’entra poco, e parliamo di CM Punk.

Se mi leggete da un po’, saprete che non sono il più grande fan del Chicago Kid. Da quanto sono stato in grado di apprendere nel corso degli anni (sempre tramite l’infausto strumento che è in questo caso la rete, la quale stimola la creatività di alcune persone all’inverosimile) Punk non è proprio un simpaticone. Sa di essere uno dei wrestler migliori nel panorama mondiale e non si fa problemi a chiedere tutto ciò che pensa di meritare. Ho sempre preso le sue uscite, come quelle di qualsiasi altro wrestler, con le pinze. Il fatto che arrivi direttamente da lui è senz’altro un punto a favore, ma nutro comunque dei -lievi- dubbi sulla veridicità di alcune affermazioni. Una di queste è quella sulla fondazione Make a Wish: Punk ha infatti dichiarato che non solo John Cena fa beneficenza; lo fanno tutti. Vero, ma non credo proprio che tutti i lottatori abbiano realizzato 400 desideri per la fondazione. Non vedo neanche perché si dovrebbero nascondere cose del genere. Ad ogni modo, chiariamo che se mi viene chiesto di chi mi fido di più tra CM Punk e la WWE, risponderei Punk anche sotto tortura.

Mi trovo d’accordo con la descrizione che l’ex wrestler ha fatto dell’azienda per cui lavorava. Ho sempre pensato che la WWE fosse quanto di più vicino all’idealizzazione dell’azienda malvagia alla quale nulla importa dei propri lavoratori; che questi ultimi sono solo dei numeri per i dirigenti. Punk ha confermato i miei “sospetti”. Gli infortuni vengono presi sottogamba, la salute dei lottatori non è la priorità. Ai piani alti fanno il bello ed il cattivo tempo con i wrestler, perché come ha detto Punk sono l’unica alternativa. Un monopolio. I wrestler, a ragione, hanno anche paura a porsi contro la dirigenza, temendo di perdere il proprio posto di lavoro. Non esiste una associazione dei lottatori che ne garantisce i diritti, come è invece per qualsiasi sport a livello professionistico. È vero, il Wrestling non è uno sport in quanto pre-determinato, ma chi lotta si fa male allo stesso modo -se non peggio- di chi gioca a calcio o a football e viene pagato decisamente di più per farlo.

Ad un certo punto, Punk ha aggiunto che la WWE tenta deliberatamente di minare l’autostima dei wrestler, portandoli a credere di valere meno di quanto in realtà valgono. E nessuno risponde, anche chi è a conoscenza del proprio valore. Citando l’esempio di Punk, se uno sa di valere 8 milioni di dollari ma gliene vengono offerti 500000, accetterà lo stesso. Perché la WWE sa di poter far leva sulla sua posizione. Il wrestler non ha nulla a cui aggrapparsi, a meno che non abbia acquisito una rilevanza mainstream tale da garantirgli altre strade. Se non si è in grado di darsi delle regole, tramite un’associazione dei lavoratori come detto poco fa, servirebbe della concorrenza per la WWE. Ma, almeno adesso, non esiste, e la situazione non pare destinata a cambiare per il meglio. I Main Eventers, che fruttano una marea di soldi all’azienda, continueranno a guadagnare quanto un difensore NHL medio, uno che su twitter avrà tipo 100000 followers contro i quasi quattro milioni di, chessò, Randy Orton. E badate che degli sport americani principali, l’hockey è quello dove si guadagna di meno. In NBA o NFL le cifre sono anche maggiori per gente che, fondamentalmente, potrebbe essere rimpiazzata con molta più facilità di quella con cui la WWE rimpiazza un wrestler di punta. Roba come sedici milioni per un cestista del calibro di Andrew Bynum. Sedici milioni che Punk, Orton, magari anche John Cena vedono col cannocchiale, pur svolgendo un ruolo nella rispettiva organizzazione decisamente più importante.

Tornando al discorso Punk, non sono certamente solo i soldi che l’hanno fatto andare via. Il lato creativo ha giocato un ruolo fondamentale. In particolare, stando alle parole dell’atleta Vince McMahon gli deve tre favori. Uno perché ha turnato heel per affrontare The Rock, uno per aver lavorato con Ryback due settimane e mezzo dopo un’operazione chirurgica, uno per essere tornato dal suo break in anticipo (rispetto ai suoi piani, che prevedevano un ritorno a Summerslam) a Payback affrontando Chris Jericho. Favori o meno, a Punk non sono mai andati a genio i part-timers. Ed anche qui sono d’accordo con lui. Punk manda over The Rock. The Rock se ne va. Punk manda over Undertaker. Undertaker se ne va. Punk manda over Brock Lesnar. Brock Lesnar se ne va.

Le Superstar, dunque, sono i part timers. E Punk, così come molti suoi colleghi, sembrano sostanzialmente degli sfigati che non hanno niente di meglio da fare che apparire ogni sera. Quelli forti si vedono solo una o due volte all’anno. E la cosa non ha senso, perché come ha detto Punk il lunedì successivo al PPV chi si presenta a lavoro? Brock Lesnar oppure CM Punk? E come CM Punk qualsiasi altro wrestler che si impegna ogni giorno. È un modo miope di condurre un’azienda, perché un modello del genere può portare buoni risultati nel breve periodo, ma alla lunga porta al fallimento.

Il punto più importante e più sconvolgente che emerge dalle parole di Punk però è quello relativo alla sua salute. Una cosa è cercare di pagare il meno possibile i propri dipendenti o farli apparire in segmenti che non sono il massimo, così come provare a convincere qualcuno che è nel Main Event perché affronta Triple H o perché il suo match è stato uno dei più belli in card. Quando si tratta della salute di una persona, il discorso è diverso. Punk ha lottato per mesi con un’infezione che poteva portare a conseguenze molto serie. È stato trattato con antibiotici che gli hanno solo portato altri problemi, al punto di non riuscire più a controllare i propri sfinteri. Sul ring. A Smackdown. Solo recandosi da un dottore esterno alla WWE, su suggerimento di AJ Lee, è riuscito a risolvere il suo problema, che tra l’altro gli ha causato l’esperienza più dolorosa della sua vita, parole sue.

Tutto ciò, dunque, ci consegna un quadro della WWE tutt’altro che roseo. Altri dettagli come le royalties mai ricevute da Punk oppure la lettera di licenziamento consegnata il giorno del suo matrimonio, non depongono bene. Ma è giusto parlare anche di questo e non solo di quello che succede tra le corde. Perché la realtà, purtroppo, è ben più complicata delle storyline che ci piacciono (o che odiamo). E spero che il gesto di CM Punk possa servire a qualcosa, a far conoscere un pochino di più di come girano le cose, magari anche cambiarle.
 


 

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